Il mito dell’androgino è vecchio quanto il mondo, o beh, almeno quanto la mitologia classica. L’ambivalenza maschile-femminile, intesa come unione degli opposti, ha affascinato per secoli artisti e pensatori: era dunque inevitabile che prima o poi entrasse anche nell’ambito del costume. Nella storia rari personaggi hanno indossato abiti del sesso opposto (una su tutte, Giovanna d’Arco), ma è solo nel ‘900 che questa opzione diventa una scelta di stile, e non di vita.
Già all’inizio del secolo, sono documentati alcuni esempi di cross-dressing. Foto ingiallite mostrano azzimante signore con indosso frac completi di tuba e bastone: uno scandalo, naturalmente, per quei tempi. Bisognerà aspettare il 1930 perché Marlene Dietrich, forte della sua immagine di femme fatale par excellance, possa comparire vestita da uomo (nel film Marocco) risultando comunque seducente.
L’esempio della diva, che ama indossare abiti maschili anche nel quotidiano, è seguito qualche anno dopo da un’altra star. Katharine Hepubrn, col suo stile maschile addolcito da dettagli vezzosi, sarà la portabandiera dell’androginia negli anni ’40 e ’50, un’epoca in cui il modello di donna imperante è decisamente orientato verso la bomba sexy.
Bisognerà però aspettare gli anni ’60 perché l’ambiguità tra maschile e femminile cominci a stuzzicare i creatori di moda: il primo ad avventurarsi in questo senso è Yves Saint Laurent, che col suo celebre smoking per lei entra di diritto nella storia del costume.
D’un tratto, l’androginia è di tendenza e passa dal glam di Ziggy Stardust al rock di Patty Smith, per arrivare al pop di Annie Lennox negli anni ’80.
E oggi? Sembra non sia finita qui, almeno a giudicare dal successo di icone ambigue come i Tokyo Hotel,questo mese su L’Uomo Vogue, o dalle recenti foto di Lady Gaga per Vogue Nippon. E allora, giusto per rinfrescarci la memoria, ecco una poetica rilettura del mito tratta da Hedwig and The Angry Inch, un film di John Cameron Mitchell.
















